Il lavoro invisibile di chi si occupa della casa e della famiglia e per il mondo, “non fa nulla”
In un tempo in cui tutto viene misurato in produttività, rendimento e stipendio, c’è un lavoro essenziale che non è sottoposto a queste categorie e che pertanto continua a passare inosservato: quello di chi si occupa della casa e della famiglia, donne per la quasi totalità.
Spesso guardate con condiscendenza o addirittura appellate con “ah non lavori…”, il ruolo di chi gestisce la famiglia racchiude invece una complessità e una responsabilità che meriterebbero ben altro riconoscimento.
UN’INTERVISTA IMMAGINARIA A CHI SI OCCUPA DELLA CASA E DELLA FAMIGLIA
Domanda:
Molti pensano che chi non ha un impiego fuori casa, ma si occupa del ménage familiare, in fondo non lavori, abbia un sacco di tempo e faccia la bella vita. Cosa risponde a questa idea?
Risposta:
Che è un’illusione molto comoda. Chi si occupa della casa e della famiglia lavora eccome. Solo che è un lavoro non retribuito, spesso non riconosciuto, e per questo diventa invisibile. Ma c’è, ogni giorno, e regge l’equilibrio di tutta la famiglia.
D:
In che senso si tratta di un vero lavoro?
R:
Nel senso più completo. Le faccio alcuni esempi.
Organizzo le giornate di tutti, pasti, spesa, pulizie, riassetto, appuntamenti, burocrazia, imprevisti. Faccio da manager, assistente, infermiera, cuoca, contabile. E poi c’è la parte emotiva: ascolto, accolgo, medio e medito sui conflitti, accompagno i figli nella crescita.
Tutto senza orari, senza ferie e senza retribuzione.
D:
Quindi è anche un lavoro mentale, oltre che pratico?
R:
Assolutamente. Ogni giorno prendo decisioni, anticipo bisogni, risolvo problemi. E tutto questo richiede lucidità, pazienza, capacità organizzativa. Ma spesso, essendo in casa, si pensa che sia tempo libero. In realtà, è un impegno a tempo pieno.
D:
Come vive il fatto che il suo ruolo venga così poco riconosciuto?
R:
Con fatica. A volte con amarezza. Perché senti che tutto ciò che fai è dato per scontato. La casa è in ordine? I figli sono sereni? Tutto gira? Allora è “normale”. Ma dietro quella normalità c’è un lavoro silenzioso e continuo. E se crolla quello, si inceppa tutto il resto.
D:
C’è anche una dimensione di solitudine?
R:
Sì, c’è. E non è piccola. Non avere colleghi, non ricevere feedback, promozioni e non poter “staccare” mai… A lungo andare pesa. E così quel senso di non valere, che ti scivola addosso ancor di più quando senti gli altri parlare di “carriera”, “successo”, “realizzazione”, “progetti”. Come se il prendersi cura della vita quotidiana non fosse qualcosa di prezioso.
D:
E immagino ci sia anche la fatica di vedere il proprio lavoro “cancellato” subito dopo averlo fatto. È così?
R:
Ha colto un aspetto molto sottile. Una delle cose più demoralizzanti. C’è quel senso di impotenza, a volte anche di frustrazione, quando vedi che tutto ciò che hai appena sistemato viene distrutto nel giro di pochi minuti.
Un letto appena rifatto e subito disfatto per stare comodi.
Un cassetto ordinato con cura che viene rovistato senza attenzione.
Cose appoggiate ovunque quando gli spazi erano tornati finalmente in ordine.
È come costruire un Lego con fatica e pazienza ed avere qualcuno che subito lo distrugge.
Come correre su una ruota che non si ferma mai.
E quando nessuno se ne accorge o sembra non importare, ti chiedi a che pro farlo ancora. In quei momenti, più che l’impegno fisico, pesa la solitudine del gesto non riconosciuto.
D:
Spesso chi torna a casa dopo il lavoro tende a considerarsi “fuori servizio” e con il diritto di godersi il ‘meritato riposo’ si eclissa nelle sue cose senza domandare o attivarsi per dare un aiuto. Le succede?
R:
Sì, molto spesso. Ed è una delle cose più faticose. Perché dà la misura di quanto il lavoro domestico venga dato per scontato. Come se la casa si mantenesse in ordine da sola. Invece dietro c’è attenzione, tempo, cura. Quando chi rientra non lo riconosce e anzi si infastidisce se gli si chiede collaborazione, si crea una frattura profonda. Perché non è solo questione di pulire o riordinare: è una questione di rispetto reciproco. Il vero equilibrio familiare si costruisce anche così, nel vedere e onorare ciò che l’altro fa, anche se non è “pagato”.
D:
Le è mai capitato che qualcuno, di fronte al suo impegno per tenere tutto in ordine, le dicesse con leggerezza: “Sei tu esagerata…”?
R:
Oh si. Come se il mio senso di cura fosse un eccesso, come se l’ordine, la pulizia, l’armonia fossero una fissazione personale, anziché un modo concreto di prendersi cura di tutti.
È una frase che ferisce, perché cancella il valore di ciò che faccio.
Non si tratta di voler tutto perfetto: si tratta di creare uno spazio in cui si respira bene, ci si muove con serenità, si vive con rispetto reciproco.
Chi lo chiama “esagerazione” spesso non ha idea di quanto lavoro ci sia dietro, e quanto più difficile diventi tutto quando quel lavoro non viene condiviso o riconosciuto.
D:
Mi permetta una domanda un po’ scomoda: non potrebbe semplicemente essere un po’ più tollerante? In fondo, ognuno ha il suo modo di vivere gli spazi… magari il disordine non dà fastidio a tutti.
R:
Capisco cosa intende, e ci ho pensato spesso anch’io. Ma vede, non si tratta solo di tollerare il disordine. Il punto è che, nella pratica quotidiana, se non me ne occupo io, semplicemente nessuno lo fa. E allora la tolleranza diventa sopportazione, e alla lunga stanca.
Certo che potrei chiudere un occhio, lasciare lì il lavandino pieno o la stanza in disordine.
Ma poi tutti ci viviamo dentro quello spazio, e alla fine ci viviamo peggio. Non chiedo perfezione, ma rispetto reciproco sì. Perché chi “non ci fa caso” spesso lo fa perché sa — inconsapevolmente o no — che qualcun altro si prenderà carico del problema. E questo non è equilibrio: è delega silenziosa un po’ furba.
D:
C’è qualcosa che vorrebbe che la collettività portasse a coscienza?
R:
Bella domanda. Il lavoro familiare è il fondamento silenzioso di tutto il resto. Prendersi cura, educare, custodire una casa viva non è “non fare niente”, ma è costruire ogni giorno uno spazio di umanità. Se imparassimo a vederlo, forse saremmo anche più giusti, più grati, più umani.
Meno egoisti.
D:
Voglio dirle grazie, a nome di chi questo lavoro non lo fa. Grazie per il suo impegno invisibile fuori ma fondamentale per il dentro di ciascuno noi. Se non ci fossero state persone come lei, molti di noi non sarebbero diventati ciò che sono (mia madre era come lei)— e forse non avrebbero neppure tanto di cui vantarsi, proprio mentre ignorano ruoli come il suo, senza i quali nulla reggerebbe.
R:
Grazie, davvero. Non sa quanto faccia bene sentirlo. Perché spesso chi fa questo lavoro non ha applausi, né gratificazioni immediate. Ma lo fa lo stesso, ogni giorno, perché sa che quel prendersi cura è la base di tutto. Le parole che ha detto sono importanti: riconoscere non è solo un gesto gentile, è un modo per restituire dignità. E forse, anche un passo per cambiare sguardo, tutti insieme.
Intervistatore:
Occuparsi della casa e della famiglia è un lavoro a tempo pieno, che coinvolge corpo, mente e cuore. È un ruolo fondamentale per la salute di ogni società, perché è lì che si costruisce la base affettiva, educativa e organizzativa delle nuove generazioni. Ridurlo a “non lavorare” è non solo errato, ma profondamente ingiusto.
Prendersi cura della casa e della famiglia non è un’attività marginale o secondaria: richiede competenza ed è un atto di responsabilità e amore.
Un pilastro nascosto su cui si regge tutta la struttura sociale.
Riconoscerlo non è solo un atto di verità e giustizia: è un passo necessario per costruire una società più umana, più equilibrata e più consapevole.


