I doni del cuore

Molti genitori si impegnano veramente tanto per dare i loro figli cose, possibilità, oggetti, vacanze, esperienze e sempre nuove possibilità di studio.
Tutto ciò ha un grande valore, ma se non è sorretto dalle memorie più profonde dei doni del cuore, può in realtà divenire un peso che farà crollare il palazzo delle loro vite proprio perché mancano le fondamenta. Infatti è sempre meglio donare solide fondamenta su cui poi costruiranno loro ciò che vorranno, piuttosto che donare i palazzi già pronti e si vedranno magari facilmente crollare addosso o che dovranno demolire per un’intera vita.
Ma allora di cosa sono fatte queste fondamenta si chiederà a qualcuno…
Sono fatte dalla qualità della nostra presenza come adulti, come genitori; infatti, un bimbo non dimentica quello sguardo che a volte non sappiamo nemmeno di rivolgergli e che dice ti vedo, ti sento, ti amo oppure al contrario dice sono assente, sono cieco, sono sordo e sei tu che ti devi adattare a me, che ti devi occupare di me. Pensate che attraverso il nostro sguardo si forma il primo riflesso della sua identità ed è lì che impara chi è, ancor prima di capire le parole. Pensate il valore di questa cosa. Un figlio poi non dimentica come abbiamo agito, reagito ai suoi primi tentativi di camminare da solo; se l’abbiamo umiliato, abbandonato o lo abbiamo accompagnato; se abbiamo trasformato i suoi errori in colpe o in lezioni per il suo futuro. Da questi ritorni nasce poi la voce che giorno dopo il giorno parlerà sempre più profondamente dentro di lui, quella che lo giudicherà o lo guiderà attraverso infiniti sentieri della vita. Oltretutto è così che impara cosa sia il vero rispetto.
Come viene trattato, così tratterà le persone al di là delle belle chiacchiere, perché i figli non ascoltano tanto ciò che diciamo o non imparano tanto da quello, quanto da ciò che noi siamo e da ciò che noi facciamo.
E non si tratta di essere genitori perfetti, ma di essere semplicemente onesti, di provare di essere aperti all’ascolto al cambiamento e all’amore perché educare in fondo non è trasmettere i contenuti ma trasmettere un modo di essere, la nostra presenza, il nostro stato di coscienza. E la domanda che dovremmo farci è quanto siamo presenti e non tanto in termini di tempo quanto d’amore e di consapevolezza e poi un figlio non ricorderà tanto le cose che abbiamo dato, le parole con cui l’abbiamo riempito, quanto come si sentiva accanto a noi… e quel sentire il nostro più grande dono o la nostra più grande maledizione,

Pierluigi Peruffo https://www.dadrim.org

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