La conoscenza vera, secondo Rudolf Steiner è sempre fenomenologica. Ma non è un dogma. La verità di questo concetto la si può concepire da soli.
Conoscere veramente significa infatti non avere presupposti, preconcetti di alcun tipo, categorie perchè la conoscenza se è tale non può ammettere nessun filtro, nessuna soglia, nulla di predefinito, nessun presupposto.
E come avviene allora un processo conoscitivo che scaturisca dalla cosa stessa?
Facendo parlare la cosa stessa senza sovrapporre le nostre categorie, silenziando ciò che proviene dalla nostra interiorità. Se rispetto ad un fenomeno uso i filtri della mia personalità, della mia storia, della mia cultura, limiterò enormemente la possibilità di coglierne l’essenza perché ci avrò messo sopra strati di filtri, che copriranno la cosa, non ne libereranno l’essenza. per conoscere dobbiamo togliere, non sovrapporre.
Un piccolo esempio. Se un conoscente vengo a sapere che gioca a tennis ed io ho avuto esperienze non positive con le persone che praticano o amano quello sport, è facile che abbini al signore le mie preclusioni verso quello sport e così gli metterò addosso dei filtri che sicuramente allontaneranno la possibilità che di quella persona mi si sveli l’essenza. Questo accade molto più spesso e più in profondità e più in automatico di quanto possiamo supporre. E questa è la ragione dei limiti della nostra conoscenza. Invece se vogliamo conoscere e far parlare le cose o il bambino dobbiamo imparare a non sovrapporre alcuna teoria, alcuna categoria, alcuna opinione, ricordo, sensazione, attrazione, antipatia, cose che ci fanno cercare nelle situazioni o nel bambino la conferma che la nostra teoria è buona, giusta, vera.
Rudolf Steiner fonda le basi per una conoscenza dell’Uomo sulla base di un pensiero vivente, un pensiero che si sgancia dall’incantesimo delle percezioni e delle reazioni dei sensi e libera i pensieri dal riflesso dell’intelletto vivente nello specchio cerebrale, per arrivare ad un pensare che non è più riflesso ma entra nella sfera degli archetipi o dei concetti o delle idee, libere da ogni giudizio personale (le etichette). Idee, archetipi che vivono nel mondo Spirituale e che sono la vera realtà delle cose e che dobbiamo incontrare, intercettare, immaginare, intuire se vogliamo svelare chi c’è davanti a noi.
La conoscenza che entra nel fenomeno e non si limita ad una definizione, ad una etichetta né si ferma a guardarlo come un elenco di particolari altrettanto incantati come le teorie della causa e dell’effetto, ma entra nel piano dell’impulso, del gesto, dell’intelligenza, del concetto, dell’idea archetipale che sta al di sopra di ogni manifestazione del piano fisico, che si tratti di un minerale, un vegetale, di un comportamento umano o di un Essere Umano. Lo abbiamo visto quando abbiamo parlato dei Piani al di sopra dei corpi.
Il mondo dell’immaginazione, dell’ispirazione e dell’intuizione.
L’Antroposofia, come molte tradizioni spirituali fornisce gli strumenti per liberarsi da ogni forma di giudizio ed accedere direttamente al mondo dei pensieri originari, uscire dalla usuale modalità mortifera della conoscenza operante nel pensiero riflesso che incanta la percezione ed il fenomeno come nello scatto di una fotografia per poi incasellarlo in uno dei tanti cassettini precostituiti dalla società. L’Antroposofia fornisce gli strumenti per entrare nel processo, quel processo che esiste solo in quanto l’uomo stesso lo scopre nel suo intelligere i segni e che non è visibile ai sensi ordinari.
La conoscenza vivente
“Ogni cosa non è che un simbolo”
W. Goethe
Se dunque vogliamo occuparci di Umano ed in special modo di infanzia ed età evolutiva, dobbiamo tanto per cominciare imparare a conoscere le cose goethianamente cioè in maniera vivente.
Che cosa significa conoscere in maniera vivente?
Abbiamo già sopra detto che normalmente di fronte alle manifestazioni della vita, che siano oggetti, panorami, situazioni o persone, tendiamo a dare delle definizioni, ad inscatolare in una categoria, mettere delle etichette che partono come riflesso automatico.
Una definizione è sempre, anche se con sfumature variegate, appartenete ad una delle due polarità “va bene – non va bene”. Potremmo usare i termini sanscriti di Raga e Dvesa che possiamo tradurre con accoglimento/attrazione Raga e respingimento/repulsione Dvesa.
Applichiamo Raga o Dvesa in ogni nostra interazione col mondo e questo lo facciamo fino a che non interviene nella nostra vita un cambiamento: quello della ricerca spirituale il cui senso è esattamente quello di riunificare ogni separazione.
La nostra domanda di fondo deve essere “chi sei tu” che si tratti di avvenimenti, fenomeni ed esseri della natura, o esseri umani. La domanda deve essere “chi sei tu” e la risposta è sempre in ciò che non è visibile ai sensi ordinari ma vive nell’essenza del fenomeno che abbiamo davanti e che per via immaginativa, ispirativa ed intuitiva possiamo incontrare.
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