L’attenzione come cura

Nei tempi antichi viveva ancora nelle anime degli iniziati con forza,
il pensiero che ogni uomo è in sé malato

e che l’educare, era uguale al processo di guarigione che donava al bambino salute e maturità
per una vita umana compiuta.
Rudolf Steiner


Certamente complice ‘l’evoluzione della medicina’ che si è inserita nella nostra società sull’onda degli interessi del Big Pharma ed ha medicalizzato praticamente ogni aspetto della vita umana, certamente complice la società dell’immagine, dell’apparenza, del visto, del fuori tutto, ma negli ultimi decenni, abbiamo assistito all’apparire di tante nuove “malattie” ed altrettanti trattamenti, soluzioni, terapie.
Ma questo vuol dire aver fornito aiuto a chi è stato inserito all’interno dei confini di una qualche patologia, significa aver “guarito”? Le diagnosi, sono poi cura?
La realtà dell’umano non può ridursi ad una diagnosi, ad un insieme di sintomi che riassumono un comportamento. Essa è tanto più complessa di quella cosa che trasforma i comportamenti in malattie.
Un comportamento è un linguaggio, spesso l’unico che il bambino possiede per farsi ascoltare.
Per manifestare un disagio piuttosto che… anche un talento invisibile.
Il comportamento è espressione manifesta di una causa occulta pertanto esso è una spia di attenzione che accende il bambino affinché l’agire dell’educatore si desti e sia realmente corrispondente alle sue peculiarità così che egli possa condurre fuori da se, liberare, edurre, la sua unicità.
L’educatore adoperandosi per rimuovere gli ostacoli che il bambino incontra né consente il manifestarsi del suo intento incarnatorio.
É in tal senso che l’accompagnamento pedagogico dell’età evolutiva, l’educazione, assume un valore curativo.
Non esiste nessun malato. Esiste la cura come ATTENZIONE. La pedagogia curativa è una “attitudine dello sguardo” questa era la definizione che ne dava Karl Konig.
Uno sguardo che non afferra e che non respinge. Ed uno sguardo così è uno sguardo che porta cura, risana e permette l’evoluzione della coscienza dell’Essere Spirituale di cui ci stiamo occupando. Che poi questo è il fine ultimo di ogni biografia e dunque di ogni incarnazione.

Simone Weil ha descritto l’attenzione. La riteneva una forza decisiva della nostra vita e diceva che più riusciamo a concentrare la nostra attenzione in una direzione puntuale, più si apre la porta per riconoscere il divino. L’attenzione è il ponte per collegarci con il divino. peraltro disse:

Molto spesso l’attenzione viene confusa con una sorta di sforzo muscolare.
Quando si dice agli allievi: ‘Ora state attenti’, li si vede corrugare le sopracciglia, trattenere il respiro, contrarre i muscoli.
Se qualche istante dopo si domanda loro a che cosa siano stati attenti, non sono in grado di rispondere. Non hanno fatto attenzione ad alcunché
“.
Non hanno fatto attenzione. Hanno solo contratto i muscoli.’’
Così Simone Weil in Attesa di Dio 

Ecco, l’attenzione è davvero un atto di generosità. Significa uscire da sé e posare il proprio sguardo su ciò che accade attorno a noi ed occuparcene. Significa avere i sensi superiori sempre desti, accorgersi di tutto quello che stona e porvi azione.
É una piena espressione di Amore poiché esso, l’Amore, non chiede nulla per se. Una madre nella sua più completa dedizione materna, è profondamente attenta e vigile e concentrata sul bene del bambino.
Ogni gesto di attenzione è un gesto di Amore. E l’Amore, in quanto Amore e non sesso e non benessere, e non interesse, è espressione del Divino.

IoArgentoVivo

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