La percezione

Lo specifico dell’umano è tutto ciò che l’animale non ha. La differenza tra i due mondi la fa ciò che l’animale non ha rispetto all’uomo, e la differenza tra i due, è un mondo infinito.

Quella parte della realtà esterna, che gli animali e le piante non hanno, non possono sperimentare, è la percezione.
Quando la realtà esternazione percepita e da percezione pura si sposta all’interno nasce il concetto.
Per l’animale questo non accade mai, figuriamoci per la pianta o la pietra. La realtà esterna per l’animale è una sensazione; per la pianta nemmeno quella. L’animale si ferma alle sensazioni che gli provengono dall’esterno. Non è capace di farci nulla; le vive e basta. Non si forma in lui alcun concetto di ciò che esperisce come sensazione del mondo esterno.

Cos’è la percezione?
E’ la capacità specifica dell’essere umano di nullificare il mondo esterno nel momento in cui agisce su di lui.
Nella percezione pura, il mondo esterno non esercita sull’uomo nessuna azione all’uomo è data così la possibilità di creare in assoluto dal nulla la realtà. E lo fa nel pensiero.

Non possiamo dire cosa sia la percezione. La percezione la si può definire solo con concetti negativi.
La percezione è il nulla del pensiero; essa dà, fornisce al pensiero, la possibilità di creare dal nulla.
E’ specifica dell’uomo e non comporta nulla, nessun intervento dall’esterno. La percezione è certo esterna all’uomo, ma su di esso non ha alcuna influenza diretta.
Il mondo esterno nel corpo dello spirito umano non ha alcuna influenza. E’ nello spirito che l’uomo con la percezione diviene un creatore. Crea dal nulla.

Questo sta a dire dunque che nel nostro pensiero c’è e ci può essere solo ciò che ci mettiamo noi.
Ora, come facciamo a dare corpo a questo lavoro fatto dal pensiero che colpito dalla percezione comincia la sua creazione?

Con il linguaggio.
Il linguaggio crea nell’interiorità qualcosa di intermedio tra l’animale e l’umano. Il linguaggio crea la rappresentazione.
La rappresentazione che creo grazie al linguaggio non è ovviamente l’essenza, cioè il concetto di ciò che sto percependo, è solo un passaggio intermedio che avviene grazie al linguaggio.

L’animale non avendo linguaggio, non può andare alla rappresentazione di ciò che vede o sente e non può dunque nemmeno giungere al concetto, cioè all’essenza della sua sensazione del mondo esterno.

Cosa accade dunque nell’animale che riconosce una casa, una persona, un oggetto? In esso c’è un movimento che avviene nell’astrale. L’astrale potremmo dire che vibra.

Potremmo dire che nel corpo astrale, la sensazione che prova l’animale quando si trova innanzi a qualcosa è una sensazione profondamente diversa rispetto alla sensazione che prova di fronte a qualcos’altro.

Se un animale si trova di fronte alla sua cuccia, il suo astrale sente una sensazione profondamente diversa rispetto alla cuccia del cane del vicino di casa.
E’ come dire che io di fronte ad una pesca od una anguria se non ne ho le rappresentazioni, ho una sensazione nel mio astrale assolutamente diversa e se sono abituata ad avere una specifica sensazione legata alla pesca, saprò riprovarla ogni volta che una pesca mi si avvicina.
L’animale dunque prova sensazioni di fronte alle cose e potremmo dire che in lui avviene una risposta di simpatia o antipatia ogni volta che quella sensazione si riproduce. Che sia la vista del padrone o il riconoscere la propria ciotola del cibo, la sostanza è identica.

Nell’animale tutto avviene a livello astrale. L’eterico ovviamente memorizza le sensazioni dell’astrale che quando si ripresentano fanno scattare la reazione di simpatia o antipatia.

L’essere umano invece entra in una sfera diversa dopo la sensazione, entra nella percezione, che è un ambito più sottile.
La percezione del profumo della pesca in sè non è niente.
E’ l’uomo che, grazie al pensiero riuscirà ad estrarre il concetto di pesca e lo farà prima passando dalla rappresentazione, la vede innanzi a se e la separa da una anguria e poi la concettualizza, ne trova cioè l’essenza.

In tutto questo è necessario il passaggio del linguaggio. Se anche l’uomo avesse, come ha, la possibilità di scindere, separare ed accorgersi che sono due oggetti diversi (oggetti percepiti che di per se quando appaiono in percezione non sono nulla), se dunque potesse scinderli e rappresentarli ma non potesse dargli un nome grazie al linguaggio, non potrebbe mai indagarne la natura ed arrivare al concetto, all’essenza.

La somma di tutte le rappresentazioni a cui è stato dato un nome, uno spazio, una catalogazione che abbiamo vissuto nella nostra anima e sedimentano nell’eterico, costituisce la memoria.
Cosa c’è nella memoria?
E’ la somma di tutto ciò che è stato già pensato.
Quello che non ho pensato non può entrare in quella somma.
Non posso avere memoria di qualcosa che non è stato pensato. 

Esistono cose imparate che però non sono presenti alla memoria.
Uno degli esercizi che dovremmo fare sempre di nuovo è vedere cosa avviene quando ci “ricordiamo” di qualcosa.
Ri-cordiamo vuol dire riportare al cor, al cuore. Ma in italiano abbiamo anche Ri-membrare cioè riportare alle membra e Ram-mentare cioè riportare alla mente.
Steiner dice che questo processo che usiamo per far sorgere questo movimento della memoria dentro all’astrale, è un processo complessissimo.
Il di-menticato si traduce in tedesco con stra-digerito, termine che ci indica che qualcosa che prima era nella coscienza, passa, attraversa un processo organico per poi sedimentare;. cioè ciò che abbiamo dimenticato sono forze che vanno ad agire tra il fisico ed il vitale. Nell’essere digerito dalle forze vitali, diventa vitale.

L’esperienza viene digerita e dunque entra nel vitale e per riportarla fuori
In italiano indica invece il distacco dalla mente, oppure con la parola s-cordato una stonatura/scordatura del cuore leggiamo legato al cuore, s-membrato anche ha il senso dello scollegare, distruggere, distaccare, portare fuori dal proprio contesto.
Ora: l’organico è il campo dell’eterico, teniamolo a mente.
La parola me-moria è legata, origina da me-mor. In sanscrito mr indica ciò che è morto o ciò che è nel passato ed in latino mr diventa mor. Il termine me, in latino significa IO; dunque memoria significa io-muoio.
La memoria allora è collegata certamente alla sfera dell’eterico o anche dette forze vitali. Cioè stiamo dicendo che ogni stoccaggio delle nostre esperienze avviene nell’ambito del vitale (eterico) e la memoria potrebbe essere un contenuto di morte come se l’eterico ove si è impressa, ove riposa una esperienza non fosse più vivo ma fosse un cadavere, una parte di me-morto.
E questo torna anche con il termine che usa la lingua tedesca che indica il dimenticare con la parola stradigerire, che certo fa riferimento a forze vitali.
Sappiamo, è evidente, che la digestione avviene utilizzando forze eteriche o vitali.
Quindi potremmo dire che la memoria è un serbatoio fatto di continui atti di uccisione di una parte del me o io (me-morire) o meglio delle forze vitali che io ho a disposizione; ed il dimenticare, cioè il non avere più a disposizione quei dati, è una distruzione di quei dati cioè una loro “uccisione” sempre grazie all’eterico.
La memoria potrebbe essere una sorta di suicidio ed il dimenticare un tornare alla vita.
Dopo la digestione che avviene dopo l’atto del mangiare, necessario alla reintegrazione delle forze vitali, c’è sempre una parte che va in assimilazione e quindi nella ricostituzione delle forze, ed una parte che va ad eliminazione e quindi una purificazione di ciò che non occorre più.
Se mettiamo insieme tedesco ed italiano possiamo dire che per richiamare, far risorgere nella coscienza, ciò che è sedimentato nell’eterico dobbiamo usare o la mente/rammentare, oppure il cuore/ricordare, oppure le membra/rammentare, dunque per rivivificare qualcosa che di me è morto – memoria – ho bisogno di mente, cuore, membra. Potremmo dire pensare, sentire e volere? vedremo.

Cosa avviene quando non si riesce a ricordare qualcosa e ci si arrovella per far tornare per esempio il nome di una persona dalla memoria? Dal serbatoio che c’è nell’eterico?
Se pensiamo di ripetere ripetere ripetere qualcosa per metterlo nel serbatoio che ospita l’eterico e poi prenderlo a piacimento quando ne avremo bisogno, siamo sulla cattiva strada. Non è così che funziona.
E’ necessario passarci per quell’eterico, passare attraverso l’eterico ed arrivare al serbatoio. Cuore, mente e membra sono talmente intrisi di eterico. Quando si fa risorgere qualcosa che è sedimentato in una zona “morta” dell’eterico si fa rivivere nel cuore, nelle membra o nella mente o come si dice in tedesco si re-interiorizza. In ogni caso avviene nell’organico.

Quando l’essere umano inizia il suo processo di concettualizzazione della realtà intorno a lui, consuma le sue forze vitali. Le forze vitali, che possiamo vedere nel loro ambito di espressione totale nella pianta, cioè nel mondo vegetale, sono il carburante che l’uomo consuma per accendere la coscienza. la pianta, che non ha alcuna coscienza, non consuma le sue forze vitali. più l’uomo entra in un processo di coscienza, più si consumano le forze vitali. le forze vitali hanno bisogno di essere reintegrate nell’uomo continuamente perché continuamente la coscienza le consuma. sonno ed alimentazione oltre che esposizione solare ed aria sana, sono il mezzo grazie al quale le forze vitali si reintegrano. Mente cuore membra sono andati via quando qualcosa non riusciamo piò a farla tronare a vivere nella nostra interiorità.
Vediamo che un neonato che non dorme nella maggior parte del suo tempo, è prevalentemente forze vitali o eteriche e questo diventa palese quando si osserva il suo sguardo, la sua pelle, le sue rotondità. Egli non è consumato, le sue forze eteriche non vengono consumate dalla coscienza o dall’intelletto.
Un neonato infatti ha bisogno di dormire dopo essere stato esposto al mondo della veglia e più questo mondo lo desta, più avrebbe bisogno di dormire, ma qui si apre un discorso pieno di eccezioni che ci porterebbe fuori da questo tema. 
 
L’uomo a differenza dell’animale ha la possibilità di attingere alle sue forze vitali, potremmo dire “uccidendole” per far sorgere la coscienza, per illuminarla. L’uomo può dunque anche gioire di questo suo volontario atto di uccisione delle sue forze vitali al fine della accensione della coscienza. L’uomo può gioire di questa “uccisione” delle forze vitali.