Imparare ad osservare

Lo sguardo – la sua educazione

Incontrando un essere umano la prima cosa che vediamo è la sua “immagine”; ma cosa è quella immagine che ci si pone innanzi?
Chi è l’Uomo. Di cosa, da cosa è costituito, da dove viene…
Per dare una “identità” all’immagine dell’uomo lo possiamo fare osservando i 4 elementi o corpi di cui è costituito e da qui risalire a quel “Nucleo Spirituale” che va ad abitare una corporeità.  

Ma possiamo anche osservare la relazione adulto-bambino o quella tra adulti poiché nessuno è solo ma si vive, lavora ed interagisce in una dimensione sociale che è imprescindibile. 

Osservare

Cosa vuol dire osservare?
Osservare” deriva dal latino observare ed è composto dalla preposizione ob, che indica “moto verso”, e da servare, che significa “guardare, salvare, custodire”. Osservare qualcosa o qualcuno allora significa avvicinarsi e custodire e se si osserva nel vero senso della parola, lo sguardo non afferra e non respinge.  
Uno sguardo che non afferra e non respinge non mette le proprie categorie sull’oggetto dell’osservazione e dunque riconosce, avvicina, svela.
Uno sguardo così certo lo possiamo avere tutti, ma spesso, spessissimo è sovrastato dalla modalità attrazione (afferrare) repulsione (respingere). Ed allora?
Ed allora questa modalità che riconosce, va edotta da dentro di noi, cioè se vogliamo riconoscere nella loro essenza cose, individui, eventi è necessario permettere a questa modalità di venire fuori.
Educare non significa ammaestrare, ma risvegliare qualcosa che già si possiede e per far questo è necessario un cammino più o meno lungo, ma non avverrà solo perché lo desideriamo. Occorre volerlo fare ed occorre impegno. Grande lavoro su se stessi.
Disse il dottor Steiner durante l’inaugurazione della prima scuola Waldorf di Stoccarda:

come Educatori abbiamo bisogno di un Risveglio Interiore per riconoscere il bambino nella sua interezza ed arrivare così ad una relazione profonda con lui

Ri-conoscere

Il bambino ha il diritto ad essere riconosciuto per ciò che è,
per la sua essenza e non deve mai essere incasellato in una immagine nata da un giudizio o peggio ancora pregiudizio che di lui ci è arrivato o per una certificazione medica o per un nostro copione emozionale. 
La certificazione può essere utile solo perché indica una fenomenologia, perché ci racconta in maniera sintetica cosa avviene, una sorta di fotografia. Ma esattamente come una fotografia che per quanto veritiera non sarà mai la realtà, la certificazione nulla avrà a che fare con l’Essenza del bambino.   

Rudolf Steiner in età giovanile si trovò a lavorare con un bambino idrocefalo di nome Otto Speck. Ovviamente il bambino aveva una “diagnosi” pallido, poco reattivo, sonnolento e varie altre etichette
Il dottor Steiner nei suoi diari scriveva che per riuscire a lavorare con il bambino per 10 minuti doveva prepararsi per ore, tutti i giorni.
Ma questo fu necessario per eliminare tutte le parole della diagnosi ed arrivare a conoscerlo veramente a ri-conoscerlo, e creare con lui una relazione, in un processo di fiducia. 

Riconoscere significa partire da dove un bambino si trova e non dove noi vorremmo fosse o arrivasse.

Questo processo di riconoscimento è estremamente concreto.
Possiamo domandarci: dove inizia il mio lavorare con lui?
Inizia nella vita reale. Lavorare con i bambini significa immergersi nel fare ed addirittura spesso lavorare a partire dalla corporeità perché sarà lei a dirci molto insieme con l’esperienza dinamica che faremo col bambino.
Le teorie allora prenderanno vita e si manifesteranno nel reale che ne sarà la loro conferma, il loro ampliamento, la loro modifica. Tutto il lavoro che andremo a fare con i bambini come: aiutarli a sviluppare attenzione, concentrazione, memoria – partirà dal corpo.
Il bambino abita un corpo. 

Nel 1916 Steiner pubblica “Enigmi dell’anima” , un testo dove elabora ed esamina, per la prima volta, il tema delle possibilità dell’uomo non solo di pensare e di sentire ma anche entrare in un gesto di volontà, trasformare la realtà e poter entrare nel fare, dopo essere passato per il pensare ed il sentire.  Dopo questo testo, l’Antroposofia che lui stesso aveva diffuso in maniera ristretta, si apre e si manifesta nel giro di pochi anni in diversi e numerosi ambiti della realtà. Per citare qualcosa:

1917 diffonde la Triarticolazione Sociale
1920 diffonde il Primo Corso per Medici 
1923 rifonda la Società Antroposofia
1924 diffonde il Corso di Pedagogia Curativa

Da quel momento storico si apre per l’Antroposofia la possibilità di muoversi in ambiti di applicazione pratica:
– pedagogia e scuole, pedagogia curativa, tripartizione sociale, medicina, alimentazione, agricoltura, architetturae così via. 

Steiner decide di portare a manifestazione l’altra faccia della medaglia dell’Antroposofia. Vi era così l’ambito della dottrina meditativa che guarda e si muove nel processo di escarnazione e l’ambito della dottrina meditativa che guarda e si muove sul un piano sociale; due facce della stessa medaglia, così rendendo chiaro che occuparsi di Antroposofia non vuol dire rifugiarsi nella stanza di una casetta sperduta sulla cima di una montagna. Ma portarla nella vita reale di tutti i giorni.

Lavorare con i bambini in ambiti di pedagogia curativa e con adulti in ambiti di socioterapia, fa diventare la teoria viva e lo fa perché entra nel fenomenologia. Ma l’antroposofia, è una compagna viva anche se non ci occupiamo solo di bambini o adulti con delle dinamiche di ostacolo.

L’esperienza

Partire da una esperienza, da una fenomenologica concretezza cercando di accompagnare il nucleo spirituale che sta dietro al bambino a collegarsi al meglio al suo corpo è qualcosa che il pedagogista non “fa” ma accompagna.
E per fare questo deve “vedere”.

Lo sguardo

Ci saranno aspetti del bambino che potremo concretamente vedere e ci saranno aspetti che invece ci dovremo allenare a vedere
Uno sguardo superficiale vede dell’altro solo il dato quantitativo, ci mette con lui un rapporto.
Ma noi cerchiamo con l’altro, che sia bambino o adulto una relazione.
La relazione entra nella qualità.
Dice Rudolf Steiner:

“Il nostro giusto compito come educatori è quello di rimuovere gli ostacoli. Ogni bambino di qualsiasi età porta qualcosa di nuovo nel mondo ed è nostro compito come educatori rimuovere gli ostacoli fisici e psichici dal suo cammino.

Rimuovere gli ostacoli perché il suo Spirito possa entrare nel mondo in piena libertà.” 

Ma perché questo accada, il cammino del bambino deve esserne riconosciuto il progetto incarnatorio, la sua essenza.
Se in una quinta classe c’è un bambino che non sa fare un riassunto, non cercheremo solo la soluzione di quello specifico problema.
Il “problema specifico” parla. Il “sintomo” parla.
E parla del punto ove il bambino si trova nel suo processo di incarnazione.
E’ con questo approccio, che probabilmente prima o poi troveremo anche il modo di riuscire a fare il riassunto, ma l’obiettivo non potrà essere il riassunto.
Perché questa è solo materialità funzionale che oscura il Nucleo Spirituale del bambino che manifestando quella difficoltà ci sta dicendo qualcosa. Ci porta un messaggio, che non è solo la sua difficoltà, ma sicuramente è un messaggio per noi, perché anche noi possiamo sviluppare delle qualità grazie all’aiuto che forniremo a lui. Sarà un crescere reciproco.
Nessuno dei due è meglio dell’altro. E’ un mutuo scambio.   

L’obiettivo è scovare chi c’è dietro al bambino e chi c’è dietro di noi, aiutandoci reciprocamente a manifestare noi stessi e mantenere il collegamento con il proprio progetto e processo incarnatorio. 

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